PREMESSA
Cogliere le radici culturali e storiche di un luogo e capire le ragioni che hanno determinato una realtà …è argomento impegnativo e difficilmente esauribile in poche pagine. Il rischio è quello di scadere nella banalità, di elencare in maniera approssimativa fatti storici, emergenze architettoniche e naturalistiche, senza cogliere ciò che davvero ha segnato e caratterizzato un territorio e la vita di chi vi abita, imprimendo tracce e solcando vicende che sono arrivate fino a noi.
E’ per questo che preferiamo lasciare la parola a due grandi scrittori del nostro tempo, e della nostra terra, che hanno conosciuto profondamente questi luoghi, li hanno amati e e ce ne hanno dato testimonianza nei brani che seguono.
Da “I minatori della Maremma” di Luciano Bianciardi e Carlo Cassola.
“La miniera, in un paese come Boccheggiano, non è una cosa lontana. Penso che nessuna miniera di questo mondo debba essere una cosa lontana dall’abitato, o almeno da quelle case dove c’è una mamma, dove c’è una sposa, dove ci sono i figli del minatore. Ma Boccheggiano è un paese, voi lo conoscete, in cui la geografia e la storia formano una cosa sola.
Potessi ridire quello che è, per esempio la laveria per il paese! Essa ne è il cuore. Nell’organismo umano il cuore è il segno della vita; i suoi battiti gagliardi, o lenti, dicono che qualcosa continua, o che è in via di rilassamento. Tale è il rumore dei carrelli della laveria, dei motori, per chi è in paese, per tutto il paese. Le sciagure sono percepite infallibilmente dall’improvviso arresto della laveria.
Io una volta ho avuto questa impressione; fu per un incidente mortale nel pozzo di Baciolo. Dio mio, quel silenzio! La laveria si ferma e in quello stesso attimo si ferma il paese. Un guasto? Il silenzio continua. No, è qualcosa di più grave. Il cuore del paese non batte più. Allora dalle case, dalle botteghe, da ogni angolo, le mamme, le spose, i vecchi escono terrorizzati. Se in quel frattempo la macchina della miniera arriva in paese a prendere il medico, le donne corrono disperate verso il pozzo dove il marito, il figlio era sceso qualche ora prima per la dura fatica.
Ma io volevo dirvi qualcosa della casa del minatore, o meglio di ciò che in essa accade durante le ore che i minatori sono lontani. Di questo posso parlarvi per esperienza diretta appunto perché uno dei miei fratelli fu costretto per oltre un anno a scendere, secondo il giro dei turni, dentro il pozzo di Baciolo. Inutile ricordare le ansie e le lacrime di mia madre. Ella aveva un grande spavento della miniera. Il pensiero che suo figlio doveva scendere nel cuore della terra per rimanervi per ore ed ore, l’affliggeva sopra ogni dire. Per lei il lavoro era quello compiuto sulle colline di Tirli o nella pianura ondulata della Maremma, sui monti o nelle valli piene di boschi. I suoi lamenti mi ferivano ma ciò che più mi colpiva erano certi gesti e certi sospiri durante i turni di notte. Noi andavamo a letto ma lei restava sola in cucina a fare la calza e ad attendere quel suo figliolo “sfortunato”, così lei lo chiamava. La sentivamo tossire, muoversi da un angolo all’altro, andare alla porta ed aprirla appena ci fosse nell’aria qualche rumore. Poco alla volta noi ci addormentavamo ma lei non saliva in camera finchè mio fratello minatore non era rientrato. Se qualche volta faceva tardi, ella veniva di sopra, si metteva a tossire, origliava alla mia e alla porta di mio padre, finiva per svegliarci. “Non è ancora tornato” ci diceva. Poi si sentivano nel paese deserto i passi dei minatori. Ella apriva la finestra e chiamava mio fratello.
Certissimamente in quelle ore altre mamme dovevano girellare nella casa e pensare ai loro figlioli. Giungevano tutti insieme e, poco dopo, si spengevano i lumi, ma nel paese non c’era quella pace che è propria di ogni paese di campagna dove la gente aspetta le prime luci per andare al lavoro. Infatti, prima ancora che i minatori di turno fossero giunti alle loro case, altri erano partiti per il cambio; ed altre mamme, quindi, prendevano la consegna dell’attesa, dell’ansia, della paura.
Pensate a un paese sempre sveglio, a gente che parte e ritorna, a gente stanca dal lavoro e a gente stanca di aspettare, e vi sarà facile comprendere quanto sia ricco di affetti un paese come Boccheggiano.”
Da “Il taglio del bosco” di Carlo Cassola.
“Impiegarono due giorni a costruire il capanno. Terminata l’armatura di rami, provvidero a rivestirla di zolle, la parte erbosa rivolta verso l’interno; così che esternamente pareva un capanno di fango. Sul tetto spiovente venne stesa la carta incatramata. La porta fu una fatica particolare di Fiore.
(……)
La mattina dopo cominciò il taglio della macchia. Questa si presentava come una cortina continua: Guglielmo assegnò a ciascuno un tratto largo circa trenta passi. Il lavoro ora era più complicato, perché bisognava fare pulito sotto le piante prima di abbatterle. Ma non già che questo lavoro preliminare portasse via metà del tempo, come aveva detto Fiore. Uno sperimentato taglialegna fa infatti presto con la roncola a liberare il terreno dagli arbusti. L’ostacolo dei rovi l’avrebbero trovato solo più in basso.
(……)
La cottura della legna è un’operazione molto delicata, che richiede grande esperienza. Il carbonaio comincia col costruire “l’uovo di legna”, alto fino a tre metri, lo riveste in basso di zolle, sopra di uno strato di foglie secche e terriccio. Egli ha avuto cura, accatastando il legname, di lasciar nel mezzo un forno profondo una quarantina di centimetri. Viene dato fuoco di sopra; la carbonaia fuma subito. All’incirca dopo dodici ore, l’uomo comincia a praticare dei buchi, che poi tappa e stappa, a seconda di come spira il vento, al fine di assicurare un tiraggio uniforme.
La cottura dura tre giorni; se è stata fatta a regola d’arte, il carbone acquista la tempera, cioè reagisce all’umido sputando ragia bianca.
(……)
- E’ dura la vita del carbonaio, -cominciò l’uomo.
- Cosa credete voi taglialegna? Che sia peggio la vostra? A voi non accade mai di stare in piedi settantadue ore di seguito. Lavorare nei boschi è la sorte peggiore che possa capitare a un uomo, ma fra il taglialegna e il carbonaio c’è differenza. La vostra è ancora una vita da cristiani. E’ un lavoro faticoso, ma siete in comitiva e la sera vi mettete intorno al fuoco a far due chiacchiere. Guardate le mie mani. Voi le avete screpolate ma pulite: e invece le mie, vedete? Il carbone s’insinua sotto la pelle e non va più via.
- Conosco, -disse Guglielmo,- un mestiere più duro-. E poiché l’altro lo guardava interrogativamente: -Il minatore, -rispose. –Sono stato l’altro giorno nella miniera di Boccheggiano, -disse poi.
- Ho visto in che stato escono gli uomini dai pozzi.
- Ma quanto fanno? –ribattè il carbonaio. –Quanto dura il turno?
- Otto ore, credo.
- E che sono otto ore in confronto a settantadue? Loro fanno otto ore di lavoro e sedici di riposo, noi facciamo tre giorni di lavoro e uno di riposo. Questa è la differenza.
- E tuttavia, sentite, lavorare sottoterra è la cosa peggiore che ci sia. Almeno qui, se ti capita una disgrazia, sei all’aria libera.
- Non c’è mestiere peggiore del carbonaio, -ribattè testardo l’uomo.” |